Racconto di una giornata tra le nuvole e il Sole
“Vieni in escursione sul Lagorai?”
Ho detto sì come si dice sì alla fede. Volevo esserci perché quella giornata rappresentava una tappa importante per una cara amica, volevo esserci perché della catena del Lagorai ne sento parlare da anni da una persona cara al mio cuore, volevo esserci perché sentivo che quello era il posto giusto per portare a spasso la mia anima che ci vede sempre molto bene, anche quando gli occhi del mio corpo non vedono più.

“Nadia, è tutta al sole, a quella quota non c’è un albero” mi aveva ammonito Irene. E al di là del fatto che un albero c’era ed era niente di meno che l’Eterno, ho detto sì, consapevole e incosciente. Ho detto sì per fare pace con quel terrore che mi stritola la gola quando la luce forte mi abbaglia e tutto si fa bianco, piatto e vuoto. Il mio corpo e la mia mente hanno bisogno di fare amicizia con il non vedere, e dove mai potrei trovare pace in questo se non dove Madre Terra mi protegge? Con chi mai potrei imparare a camminare in modo nuovo se non con chi mi stava aspettando in Trentino?
E allora prendiamolo questo treno e cogliamola questa sfida. Certo, non era la prima volta in montagna, e non era nemmeno la prima volta in montagna sotto il sole, ma stavolta era diverso. Diverso perché si trattava di un giro a oltre 2000 metri, perché la nostra guida Eva ha la gamba da montanara che unita al genoma trentino la rende per me inarrivabile, diverso perché io davanti alle Alpi provo sempre una certa soggezione, come se fossero il mio personale Himalaya. Soprattutto era diverso perché io sono diversa: sto cercando di fare pace veramente e profondamente con la luce accecante, proprio adesso che i venti del cambiamento soffiano troppo forte per rimanere ferma e non tremare almeno un po’.
Un cerchio iniziale per scambiarsi un nome e una stretta di mano con i nuovi compagni di cammino, qualche accordo con Irene che avevo nominato come mia pilota di quel giorno e si va. Dopo un primo tratto all’ombra della montagna ha fatto irruzione lui, il tanto temuto sole. Riflesso abbagliante, punte negli occhi e zero profondità. “Stai più a destra”, “scalino”, “Più a sinistra”, “metti il piede qua” “scendi da questa parte” “sasso in mezzo” …
Finché li intravedo o li sento, seguo i passi di Irene. Poi ascolto. Mi affido. Esito. Inciampo. Riparto. Sbando. Continuo. Respiro. Mugugno. Punto le bacchette. Salgo. Scendo. Sospiro. Bofonchio. Incespico. Chiacchiero… No, non lo so cosa dicevo, fare due cose insieme non mi riesce mai troppo bene…
Era come camminare su una terra malferma, anche se erano i miei piedi ad esitare. Come avanzare solo a naso, a tatto, sondando il terreno con le bacchette, facendo attenzione alle indicazioni di chi mi precedeva e ai tocchi premurosi di chi mi seguiva.
Tuttavia la fede non sposta solo le montagne come diceva San Paolo.

Al contrario la fede soffia anche le nuvole nella direzione giusta. Eccole lì, le nuvolette nel cielo di montagna… Dipinte, paffute, bianche e multiformi, tutte impegnate a rotolare sulle nostre teste. Chissà se lo sanno – mi chiedevo – che grazie a loro posso smettere di strizzare così forte gli occhi e rilassarmi come una dama col suo ombrellino parasole…
Irene continua a guidarmi e indica con precisione dove appoggiare i piedi. La ascolto, seguo quasi sempre i suoi consigli. Quasi… sempre. Perché ci sono delle volte in cui – pur avendo scelto accuratamente la tua guida, pur nutrendo totale fiducia in lei, pur essendo certa che sta dicendo quello che crede essere il meglio per te che la segui, senti che i piedi e le mani sanno dove andare. E allora pesto, sento, ascolto, striscio, punto, indago e cerco un appiglio, sfioro, urto, ritiro, ma ci provo. E ascolto e scelgo, punto le bacchette e poi avanzo con un piede. E salgo.
A volte occorre affidarsi totalmente e senza riserve, altre volte scocca l’ora della disobbedienza, perché ci sono momenti in cui nessuno potrà mai darti il consiglio giusto. Lì bisogna fermarsi, prendere tempo, ascoltare le gambe che tremano dalla paura, starci dentro a quella paura, usare mani e piedi, respirare e poi fare un passo. In montagna e nella vita. Che finché quel passo non lo fai, resti un fascio di contratture incompiute e ti si impietrisce un ghigno corrucciato sulla faccia.
Scivolo.
“Te l’avevo detto, non mi ascolti”
Sì, si può anche sbagliare, ammesso che l’errore esista. È solo un piccolo tratto del cammino, una scena del film, un puntino nella linea della vita. Si può sbagliare, e magari proprio da quel passo falso nasce un attimo di meraviglia e prende via un sentiero inaspettato. Sì, magari compare un livido sul ginocchio, un graffio e una botta si adagiano sulla pelle, ma potranno diventare ricordi, emozioni, idee.
Cammino e mi ripeto in testa i mantra della fede.
Fidarsi e affidarsi non solo alla terra, non solo alla guida che abbiamo scelto e al sentiero che stiamo percorrendo. Ma riconoscere che tutto questo siamo noi e dunque affidarsi a noi, alla nostra voce interiore, ai nostri piedi e a quel che sentiamo. A costo di essere giudicati come “sbagliati” da chi ha altri piedi, altre mani, un’altra pancia e ascolta un’altra voce.
E’ con questi pensieri che sono arrivata a Forcella Ziolera.

Uno di quei piccoli spicchi di cielo infilati tra due giganti di terra che di solito guardo da lontano, era sotto i miei piedi. Con il senso di meraviglia che ubriaca il cuore sulla cima, ho scoperto che il mio panino lo stavo mangiando appoggiata al terminale di una teleferica che poco più di un secolo fa trasportava cibo e munizioni per i soldati.

Guerra. Scontri. Scoppi. Stenti e Morte. Vite date in pasto a patrie e potere. Cosa sono le nostre guerre davanti a tutto questo? Che senso hanno i nostri attaccamenti, quelli che chiamiamo principi, valori, opinioni, quassù? Ripenso a chi ha combattuto qui oltre un secolo fa, vedo i potenti che decidono di chi sia un pezzo di terra e l’altro, e mi sembra di sentire gli abitanti di qui e di lì che borbottano di sacrifici inutili o scelte sbagliate. Apparteniamo alla terra, non viceversa…
Riprendiamo il cammino e costeggiamo Cima Ziolera addentrandoci tra nubi scure e vento sferzante, tra muri diroccati di rifugi passati e versi di marmotte preoccupate del nostro passaggio.
Scendiamo passo a passo e pietra su pietra fino al rifugio Manghen da dove siamo partiti.
Sono stanca, sfinita dallo sforzo di concentrazione e dalla tensione che – nonostante i buoni propositi – continuo a sentirmi addosso quando percorro sentieri un po’ difficili e intravedo dirupi più o meno vicini accanto ai miei piedi. Avere fede per me è un esercizio costante, una ricerca infinita, una capoeira interminabile tra mente e anima.
E mi trovo a ringraziare profondamente chi e cosa ci ha saggiamente e autenticamente costretti a rallentare, fare soste, fermarci, andare piano e ritardare sulla tabella di marcia trentina. Quando il sentiero è impervio e la fatica ci appesantisce, vorremmo solo arrivare. Vorremmo solo consolarci con la percezione di essere arrivati. E allora vorremmo correre, affrettarci, sbrigarci e giungere a destinazione. Lì per lì ho sentito tutto questo. Ma ora, mentre scrivo e ripenso, so che quelle soste più o meno forzate, quelle attese, quel dilatare i tempi di un cammino difficile, mi hanno donato la possibilità di ascoltare, sentire, riflettere e annotarmi addosso le metafore e gli insegnamenti che la natura e la montagna sanno regalarci.
Grazie a Eva Boneccher e a Irene Matassoni di AbilNova, ideatrici di “Cammina in tutti i sensi”,
Grazie ad ognuno dei compagni di viaggio di questo mio primo Lagorai,
Grazie a me, ai miei piedi e alle mie mani, piccoli e preziosi frammenti di questo universo che ci accoglie e ci sostiene.

Cammina in Tutti i Sensi:
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Abilnova:
