Aristotele definiva l’essere umano come Zon Politicon, cioè come essere relazionale. Di fatto siamo relazione e siamo tutte le nostre relazioni, a partire da quella con noi stessi e con le varie parti di noi fino ad arrivare alla relazione con la comunità in cui viviamo e alla Natura a cui apparteniamo.
Ciò implica che per vivere in modo genuino le nostre relazioni, dobbiamo prima di tutto essere consapevoli di ciò che esse risvegliano dentro di noi. Ogni relazione ed ogni scambio porta con sé vissuti fisici, emotivi, mentali e spirituali e più diventiamo consapevoli di tutte queste dinamiche, più riusciamo a vivere profondamente la nostra vita e a dare il meglio anche da un punto di vista professionale.
Quando poi la relazione si mette al centro del nostro fare, come nel caso dei lavori di cura o dell’educazione, la consapevolezza con cui ci si rapporta alla realtà, diventa un fattore cruciale.
Ancora di più se nella dinamica di relazione interviene il fattore “diversità”, la questione si complica. Ciò che percepiamo come diverso, ciò che funziona diversamente da noi e ciò che non conosciamo, ci scuote e suscita spesso in noi reazioni impreviste, domande, dubbi e perplessità. Capita, per fare fronte a quei dubbi e a quello smarrimento, di affidarsi ai pregiudizi che niente altro sono che il portato irrigidito di quel che conosciamo e che abbiamo imparato nel corso dell’esperienza.
Tuttavia le caselle e le categorie non bastano per spiegare la complessità umana. Possono aiutare a capire e a inquadrare, ma in ogni relazione occorre andare al di là della griglia, cogliere le sfumature e avere fede in quel che non si comprende con la mente. Ed è proprio questo ciò che porta con sé l’incontro con il diverso, inteso come ciò che sembra non appartenerci.
Nella relazione educativa siamo chiamati a “guardare” chi abbiamo di fronte anche un po’ dimenticandoci delle griglie e delle caselle che ci rassicurano, per dare spazio all’altro di manifestarsi per quel che è davvero, con i suoi talenti e le sue fragilità.
Per fare questo è necessario liberare spazio dentro di noi e gettare luce sul nosro mondo interiore, così da abitare con agio quello che sentiamo. Questo ci permette – dopo attenta analisi – di fare spazio nella relazione, soprattutto quando ci rapportiamo con qualcuno che mostra la sua diversità. Andare a fondo di quel che sentiamo, cercare le nostre personali dinamiche emotive e di pensiero che possono risvegliarsi dentro ad una relazione è il primo passo per fare spazio all’altro. Se sono consapevole di ciò che porto con me, potrò anche vivere più consapevolmente ciò che mi accade nell’incontro con chi è diverso e funziona in modo diverso. Se posso vedere quel che mi accade dentro, posso anche andare incontro a chi mi suscita emozioni scomode.
Ad esempio, se il contatto con una realtà specifica mi riaggancia ad una mia paura profonda, non vivrò serenamente la relazione con chi manifesta quella realtà e non potrò lasciare il giusto spazio di espressione a chi ho davanti, presa dalle mie emozioni. Ricordo bene che per anni – rapita dal terrore della cecità – non sono stata capace d intrecciare relazioni sane con persone non vedenti. Negli anni ho preso contatto con quella paura, l’ho conosciuta, l’ho in qualche modo armonizzata, e progressivamente la mia vita affettiva si è popolata di relazioni splendide e nutrienti anche con chi non vede.
Saper guardare dentro di sé senza giudizio e accettare – non definitivamente ma progressivamente al meglio – quel che di scomodo ci abita, significa esercitarsi ad accogliere la scomodità anche nella relazione e imparare a starci dentro. A volte, non potendo giungere immediatamente all’armonia, è sufficiente concedere a sé stessi di provare sensazioni ed emozioni disarmoniche, per lasciare che la relazione diventi più genuina e dunque più efficace.
Quando ci confrontiamo con una relazione – a maggior ragione se è una relazione educativa – in cui si inserisce il fattore “diversità”,possiamo affidarci a quella stessa accoglienza che abbiamo dato a noi stessi, e all’arte del ricercatore che non giudica ma fa le domande giuste per comprendere.
Per tutte queste ragioni, se vogliamo fare davvero inclusione, siamo chiamati ad affinare le nostre competenze relazionali e ad approfondire la consapevolezza di noi stessi.
Nella pratica educativa, sapersi guardare dentro e fare spazio consente di operare quel passaggio che Andrea Canevaro nel suo “Le logiche del confine e del sentiero” chiamava riposizionamento. Se diventiamo più consapevoli di noi stessi e dei nostri schemi di lettura della realtà, possiamo viaggiare più leggeri nella relazione e accostarci all’altro senza doverci rifugiare nelle categorie. Andando oltre le etichette allora possiamo creare lo spazio per una relazione in cui l’altro può mostrarsi per quello che è e da qui si possono aprire prospettive nuove anche per il futuro. In questo senso ci si riposiziona davanti all’altro e l’altro può riposizionarsi davanti a sé, davanti al suo presente e anche davanti al suo futuro.
Se ad esempio stiamo affiancando uno studente non vedente a scuola e riusciamo a “leggerlo” non solo per il suo deficit ma anche per i suoi talenti, possiamo scoprire ad esempio le sue grandi capacità informatiche o la sua predisposizione per la scrittura o per l’arte o per qualunque altra cosa. Così attraverso quel nostro sguardo ampio, possiamo riposizionare il nostro lavoro educativo e abbiamo la possibilità di aiutare anche lui a riposizionare il suo sguardo su di sè, prendere consapevolezza delle proprie risorse e magari orientarlo a carriere che non siano quelle previste dall’abitudine sociale.
