Vote for this post Share this post on:

Quasi un’anno fa, durante una lezione, mi sono ritrovata a riflettere sull’importanza del concetto di “ruomore” nella pratica dell’inclusione. Personalmente ho una certa difficoltà a intercettare la comunicazione non verbale e a volte è impossibile anche abbinare voci e corpi, soprattutto se il gruppo è numeroso. Se poi si aggiunge musica alta o rumore di sottofondo, anche percepire le profondità spaziali è un’impresa e perdendo completamente il labiale, comprendere il verbale smette di essere unaffare scontato.

In generale il rumore di sottofondo in un ambiente toglie spazio ai suoni che risulterebbero più godibili se ci fosse silenzio. E oggni che il silenzio non lo sopportiamo, abbiamo bisogno di casse ultrapotenti per goderci un concerto.

Anche quella volta durante la lezione, il chiacchiericcio e i rumori che provenivano dall’esterno, limitavano la mia possibilità di sentire quel che stavo cercando di ascoltare.

“Per ascoltare qualcuno dobbiamo fare silenzio” ci spiegavano al corso di Counseling. Silenzio esterno certo, dunque creare un setting il più possibile silenzioso e privo di ruomori disturbanti, ma anche silenzio interno: se dentro di me si accapigliano pensieri ed emozioni scomode, probabilmente non riuscirò a fare spazio all’altro né ad ascoltarlo con la giusta attenzione, né a dargli una reale possibilità di essere accolto e dunque incluso. Questa dinamica si potenzia ulteriormente nel gruppo, dal momento che ogni membro del gruppo porta con sé il suo personale rumore (opinioni, pensieri, giudizi e pregiudizi)…e produce altro chiasso.

Ne consegue che in un ambiente rumoroso – in termini fisici ma anche metaforici – non è semplice accogliere e sentirsi accolti, e dunque diventa più complicato includere.

Ecco che allora la metafora del silenzio nel setting del colloquio era molto vicina a quella del rumore nel contesto di gruppo che aspirava a diventare inclusivo.

In altre parole, il viaggio di trasformazione di un contesto verso l’inclusività, passa anche per la diminuzione del rumore, inteso come l’insieme dei fattori disturbanti la relazione. Pensieri, supposizioni, pregiudizi, emozioni scomode sono solo alcuni esempi di fattori disturbanti che diminuiscono la capacità di un gruppo di includere. Viceversa il silenzio è la base su cui sviluppare la pratica educativa inclusiva perché permette di ascoltarsi, di riconoscersi e di ascoltare ciò che arriva da fuori.

E quando il rumore è inevitabile?

Quando non si può eliminare il rumore, quello fisico e anche quello simbolico dei giudizi e delle emozioni, si esercita la scelta. Se mi trovo in un contesto relazionale in cui di fronte all’altro mi si scatenano giudizi e pregiudizi, se mi trovo all’improvviso nella tempesta emotiva o ci sono elementi esterni che mettono a dura prova la mia capacità di ascolto, ho la possibilità di scegliere in ogni attimo cosa ascoltare. Ascolto ciò che mi viene detto o ciò che mi ronza in testa? Ascolto la voce dell’interlocutore o il rumore che proviene dalla finestra? Ascolto il docente o il chiacchiericcio dei compagni? Si tratta di riconoscere la propria possibilità di discernere i suoni dai rumori e agire di conseguenza.

E se questo non è possibile?

Quando il rumore sovrasta i suoni e a noi risulta impossibile – nonostante la nostra volontà – comprendere i messaggi che ci arrivano – possiamo arrabbiarci violentemente e protestare contro l’ingiustizia di cui siamo vittime o piuttosto arrenderci all’impossibilità di ascoltare. Oppure c’è una terza via: si può ascoltare quello che c’è, fosse anche la sola e semplice frustrazione.

“La frustrazione crea” mi ripetevano i maestri. In questo senso credo che a volte non riuscire a fare qualcosa è importante quasi quanto esserne capaci. Se non so fare tutto potrò vedere meglio quel che mi riesce e quando qualcosa non funziona, potrò forse imparare ad assumere posizioni inizialmente scomode, per poi accorgermi che posso mantenerle più del previsto. Inoltre se non riesco a fare qualcosa posso chiedere aiuto e dunque percorrere un’altra via possibile che sicuramente porterà con sé fattori inediti.

La questione centrale – che si tratti di rumore fisico o di relazioni difficili – riguarda sempre la prospettiva con cui ci approcciamo agli eventi. Se davanti all’impossibilità di fare o comprendere qualcosa opponiamo resistenza in modo distruttivo, la frustrazione non dà i suoi frutti. Al contrario se dalla frustrazione e dalle emozioni connesse al “fallimento” traiamo insegnamenti importanti e nuove visioni, allora anche il non capire o il non riuscire acquisiscono un valore nel percorso, così come una caduta può rendere un cammino ancora più ricco di significato.

Leave a Comment