Vote for this post Share this post on:

“Vediamo quel che siamo e siamo quel che vediamo” diceva qualche saggio.

Forse allora, cercando di cogliere la sfida di quella eterna fatidica domanda, potrei raccontare di come “vedo”, e forse questo potrà aiutare chi legge a comprendere qualcosa in più di me, e chissà magari anche di sé stesso.

Premessa fondamentale: non esiste la disabilità, ma esistono tante disabilità quante sono le persone che ad essa si rapportano più o meno direttamente. Di qui la difficoltà, sana e giusta, di appiattire la definizione della propria condizione di vita ad una parola con un dis davanti.  Il problema non è la negazione. Anzi, quella negazione è l’unica cosa che potremmo avere in comune tutti noi che per un verso o per l’altro finiamo nel calderone delle disabilità. Il sistema ha certificato che ci manca qualcosa per  rientrare nei suoi standard di presunta normalità… 

Trattando di disabilità visiva, sul piano normativo possiamo scegliere tra varie etichette (cieco assoluto, cieco ventesimista, ipovedente lieve o grave), di fatto poi ogni persona con disabilità visiva vive, palesa, compensa esplicita e modella il proprio “vedere” giorno per giorno e a modo suo. Al di là delle indispensabili tutele giuridiche e sanitarie, le etichette raccontano ben poco: l’esperienza insegna che tra chi come me ha ancora un residuo visivo pur irrisorio, non si troveranno mai due persone che vedono uguale.

Quando ci stupiamo perché persone non vedenti o quasi si muovono con disinvoltura in certe situazioni, è perché ci stiamo dimenticando che gli occhi sono solo una parte – certo fondamentale – della nostra possibilità di visione.

Continuando a parlare di disabilità visiva, farò riferimento ora ad un esempio concreto… Il solo che potrei citare con cognizione di causa…

Io ho visto “normalmente” fino a nove anni, per poi precipitare in una manciata di settimane nella condizione di ipovisione e perdere progressivamente negli anni visus, dettagli, colori, campo visivo.

Da sempre ma ancor più oggi ho una visione che amo definire “crepuscolare”. Nel buio della notte non me la cavo bene, ma in quelle ore magiche prima dell’alba e subito dopo il tramonto mi sento bene e vedo meglio. Si tratta di macchie indefinite e colori il più delle volte arbitrari, come un quadro impressionista più carico di emozioni che di dettagli.

Poi albeggia e da qui gli occhiali da sole sono imprescindibili, occhiali scuri, che scuri però non lo sono mai abbastanza.

La situazione peggiora sempre di più. Non c’è più profondità, le ombre a terra sembrano ostacoli, tutto è bianco e sfuocato. Sono cieca e al disagio di non vedere si aggiunge il fastidio fisico dell’abbagliamento con cui spero di fare pace prima o poi..

La sera è quasi relax, non perchè d’improvviso sia guarita, ma perchè almeno il bruciore agli occhi si quieta.

Questo si riferisce al contesto esterno quotidiano, e molto dipende se il contesto in questione è conosciuto o meno. Nel primo caso sono facilitata e usando il bastone posso accelerare un po’: ho la mappa mentale in testa, tutto si ricollega a quelle poche macchie che vedo e che a loro volta si arricchiscono di conoscenze apprese da quando sono nata vedente. 

La percezione “interna” mi aiuta a decifrare attraverso suoni e odori cosa accade intorno a me e tra l’orecchio, il sesto senso e le mie buone stelle,  finora sono riuscita a praticare lo sport estremo di muovermi in città senza grossi incidenti. Certo, anche io come tanti di noi, sogno semafori acustici un po’ ovunque, marciapiedi sgombri e la vaporizzazione definitiva dei monopattini.

Se il contesto in cui mi muovo è ignoto, allora il bastone potrebbe non bastare, può essere necessario un navigatore o ancor meglio un co-pilota che mi accompagna, così come accade quando c’è troppa luce. Al  disorientamento, alle mappe mancanti e al fastidio si aggiunge la paura che a me fa l’effetto di appannare ancora di più la visuale… Come le lacrime appannano gli occhiali.

Se sono in natura, tutto cambia. In montagna ad esempio, immersa nel bosco, mi è più facile muovermi, non solo perché il verde attutisce l’effetto abbagliante del sole, ma anche perché io sono in fiducia e a contatto con la terra. Questo non vuole dire vederci, ma sentire quella fiducia necessaria a mettere un passo dopo l’altro con più leggerezza, ad aggrapparsi alla roccia quando serve, a scendere con qualche mossa creativa quando il sentiero si fa ripido. Significa essere al riparo dai pericoli della città e potersi muovere più liberamente, cioè più in sintonia con quel che si sente. Discorso a parte va fatto per neve e spiaggie assolate, dove il riverbero è tale che davvero potrei tranquillamente intrattenere una conversazione con un telo vuoto pensando che siate ancora lì o scontrarmi con un mucchio di neve più alto di me.

Tutto ciò implica che quel che si fa difficile si evita? No. Si fa, cercando di far fronte alla fatica e a volte – ove possibile – chiedendo aiuto per muoversi o per imparare nuove strategie. Si va in montagna e si attraversano i calanchi al sole, si va al mare e si gode del blu, del sale e dell’abbronzatura, si cammina in città e tra semafori senza segnale acustico e qualche esclamazione non troppo zen si ritorna a casa.

Vedere, possiamo dirlo… E’ un’arte e ognuno di noi è destinato a sviluppare la sua.

Ma noi non siamo nati solo per vedere, ma anche per guardare