C’è una roccia nel laghetto, e sopra la roccia una piccola tartaruga si gode i raggi del sole. Nemmeno l’avrei vista senza l’indizio di un amico e lo zoom dell’IPhone, e non so nulla della sua storia, ma mi piace pensare che stia lì perché semplicemente sta bene. Senza sforzo.
Il grande filosofo Aurobindo ripeteva spesso che “la suprema condotta è assenza di sforzo” e da quando mi sono avvicinata ai suoi insegnamenti, questa è forse la frase che mi ha più colpita.
Siamo figli di una storia di sforzi, tutta la storia della società occidentale è segnata dalla fatica dei contadini, dall’alienazione degli operai e degli impiegati, dalle vite provanti delle donne, dallo sforzo eroico di essere all’altezza, di essere capaci di grandi performance, di non disattendere le aspettative. E spesso restiamo dove non stiamo bene perché è troppa la paura di deludere gli altri o peggio ancora sé stessi.
E allora guardo come fossero film la mia vita e quella delle persone che ho vicino e di quelle che accompagno per professione: storie di tenacia, di impegno, di sforzo e di fatica. E’ commovente quanto la sacralità della vita passi anche per le rughe, per le ferite di guerra, per le cicatrici.
Ma siamo consapevoli delle nostre sfide? Riusciamo a vedere la nostra forza e la nostra scelta? Possiamo guardare il nostro “sacrum facere” senza dare per scontato che la direzione presa sia l’unica possibile?
“La suprema condotta è assenza di sforzo”
Da quando quella frase è entrata nelle mie giornate, come un sussurro, come un mantra, ha sparigliato le carte e mi ha messa davanti alla necessità di vedere la nostra fatica, di prenderne coscienza e scegliere – stavolta lucidamente – quale fatica vogliamo fare e per che cosa.
Quando ci sforziamo, quando siamo nell’affanno, quando siamo troppo stanchi per ascoltarci, perdiamo di vista noi stessi e anche l’ideale che dovrebbe guidarci nel nostro fare. Ancora una volta: non sarebbe meglio fermarsi, riposare, ascoltarsi, guardarsi allo specchio e re-imparare a lasciarsi guidare da ciò che ci fa stare bene? Potrebbe insomma essere il piacere a guidarci verso il nostro ideale e verso la piena realizzazione di noi? Potrebbe essere la leggerezza ad indicarci la strada giusta piuttosto che il gravame dell’analisi approfondita?
Non credo che Aurobindo stesse affermando che la vita possa non essere faticosa. Al contrario vivere in modo autentico significa anche impegnarsi, investire, spendersi, talvolta faticare. Ciò che fa la differenza tuttavia è l’atteggiamento con cui ci accostiamo al fare e al sentire: ci sono tratti di sentiero ripidi e accidentati, ma se ci prendiamo la responsabilità di essere su quella strada, allora possiamo anche sentirci liberi di camminare e anche l’affanno sarà qualcosa che ci nutre.
Vale la pena chiedersi, mentre si cammina: qual è il mio personale limite tra l’impegno e lo sforzo? Fin dove sento che qualcosa mi impegna e da che punto inizio ad avvertire che quel qualcosa mi prosciuga? Fino a che punto il mio fare e faicare produce bellezza per me e per gli altri e da che punto invece crea appesantimento, gravame, confusione?
