Sono stata a teatro. A pochi sfuocatissimi metri da me andava in scena Lazarus, il musical scritto da David Bowie nella versione italiana per la regia di Valter Malossi, produzione di ERT – Emilia Romagna Teatro, Stabile di Torino, Teatro di Napoli, Teatro di Roma, Lac – Lugano Arte e Cultura. Due ore per un atto unico, tanta bellezza e un trambusto emotivo che mi ha fatto riflettere.
Dovevo essere in trekking con gli amici e quando – più di una settimana fa – mi è arrivata la notizia della possibilità di andare a vedere Lazarus godendo dell’audiodescrizione per i disabili visivi, mi sono limitata a diffondere il più possibile la news ma senza prendere seriamente in considerazione l’idea di andarci. La natura prima di tutto! Poi un piccolo ma significativo incidente mi ha bloccata negli intenti di cammino ed eccomi a teatro con una delle mie amiche più care, pronta a lasciarmi stupire dalla bellezza della musica e da quella dimensione onirica che amo tanto del teatro. Tra l’altro mi è sembrata una coincidenza curiosa andare a vedere uno spettacolo con questo nome proprio in concomitanza – e in qualche modo per merito di un incidente al piede che mi rendeva instabile e claudicante.
Ho assistito alla replica di Lazarus munita di cuffietta con audiodescrizione e binocolo. La prima è stata essenziale per ricostruire ciò che accadeva sul palco, il secondo mi è stato utile per scorgere – almeno in parte – le espressioni degli interpreti, in primis il mio amato Manuel Agnelli, la sorprendente Casadilego e la splendida Michela Lucenti. No, non ho visto tutto, al contrario son certa che ho visto sì e no un centesimo di quel che la maggior parte di voi ha visto. E no, non ho capito tutto, forse come tanti di voi. Mi sono sentita grata di poter assistere ad un groviglio di personaggi che avevano preso vita dalla fantasia di un uomo che aveva saputo generare bellezza con la sua arte. Chiamatela follia, chiamatela malattia mentale, schizofrenia o altro. Il tema non è il nome che i medici o altri presunti esperti danno ai tratti dissonanti. Il punto chiave è cosa ne vogliamo fare delle particolarità, delle specificità, delle stramberie e dei limiti che ci hanno dato in omaggio.
Torniamo a teatro.
La voce di Manuel mi riempiva la pancia, i dialoghi si alternavano nel mio orecchio destro al monologo dell’audiodescrizione e nel frattempo il mio occhio critico notava vari accenti sbagliati nella dizione e anche qualche ingenuità nella recitazione da parte di alcuni interpreti; mi rimbombava nella testa l’idea che quella roba meravigliosa che stava andando in scena era stata scritta da un Bowie molto provato e che per un’intera esistenza aveva dimostrato al mondo che il talento va di pari passo con tratti che se non fossero stati universalmente inseriti nella categoria “Rock Stars”, sarebbero stati causa di biasimo e di esclusione.
Questo l’incontro di questa comunicazione: Sul palco, animato da persone vive e tutte umane, anche i difetti, le imperfezioni, alcuni accenti poco consoni e (qualcuno dice) alcune stonature. Sulla poltrona in platea una donna con disabilità visiva, ipovedente o cieca parziale, scegliete voi, dotata di un udito tutt’altro che fine. Un mare di limiti da tutte le parti, insomma.
Eppure…
Eppure la meraviglia è stata così tanta, i brividi così forti, la bellezza così fragorosa e perturbante, che mi son dovuta fermare a respirare per mettere in fila i pensieri. Sono uscita da teatro sentendo di non avere capito tutto, di non avere chiaro quel che era successo là sopra, ma avvertendo una sensazione di commozione e gratitudine nel petto.
E mentre applaudivo con un sorriso compiaciuto all’andirivieni di attori e musicisti sul palco, ho visto chiaramente cosa c’era stato scritto per tutto il tempo sul copione: Autenticità.
È questa la parola magica e noi siamo così abituati a volerci adattare a standard preconfezionati che ci dimentichiamo di essere noi stessi. Ancor peggio a volte in virtù della consapevolezza di quelli che chiamiamo limiti, ci autocensuriamo, ci autolimitiamo e ci nascondiamo. Per paura di non piacere, di essere esclusi, di andare fuori strada e anche di non essere capiti, rinunciamo a comunicare (mettere in comune e rendere partecipi) pezzi di noi. Così scegliamo il basso profilo, raccontandoci che in questo modo eviteremo di mettere in difficoltà gli altri e di spiazzarli, eviteremo il dolore della solitudine e della distanza.
E c’è qualcosa di vero in questo. C’è di vero che nel nostro fingere di essere “normali” ci sentiamo tutti al sicuro e possiamo cullarci nell’illusione che vada tutto bene.
Sarebbe tutto ok se non fosse che più o meno consapevolmente finiamo per mancare di regalarci lo spazio per essere noi stessi, “limiti e difetti” compresi e di conseguenza priviamo gli altri della nostra vera presenza.
Se David Bowie non avesse ostentato la sua “queerness” avremmo mai potuto ascoltare certi capolavori musicali capaci di rinfrancarci da una giornata storta e di farci ballare sul caos che abbiamo in testa?
Già sento l’obiezione: “ma lui poteva perché era David Bowie”.
Mi permetto di insinuare il dubbio che ancora una volta, come accade troppo spesso, la mente logica ci inganna e distorce la realtà.
Non è che Bowie può perché è Bowie, ma al contrario è diventato Bowie perché se lo è concesso, perché mentre lavorava da dipendente ha nutrito il suo sogno e ha avuto fiducia anche nelle sue stramberie. Questo non significa che tutti siamo destinati ad essere delle rock star internazionali, ma suggerisce l’ipotesi che la vita ha senso e sapore solo quando teniamo fede a noi stessi e quando riconosciamo, nutriamo e integriamo la nostra autenticità, non importa quanti limiti abbiamo e quante cose ci mancano.

Luppi Tiziano
Non ho visto Lazarus..ma ho conosciuto BOWIE..almeno nelle sonorità, che hanno accompagnato la mia adolescenza..
Direi che dai commenti è stato un bel..vedere x chi ha potuto e un bel sentire .