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“Hei Siri, svegliami tra mezzora”. Santa Siri che mi ricorda di passare a fare bancomat e comprare le marche da bollo, mi dice dove mi trovo, mi evita di bruciare torte nel forno o di fare tardi agli appuntamenti, e se mi ricordo di dirglielo, mi tiene a mente i compleanni dei miei cari. Siri, Alexa e gli altri amici hi-tech oggi ci facilitano dei compiti quotidiani (gestire elettrodomestici, ricordarci qualcosa, fare calcoli, archiviare dati e così via, aggiungendo un po’ di RAM alla nostra memoria che altrimenti di tanto in tanto farebbe cilecca. Ci sostituiscono in attività faticose o noiose in casa e in giardino e rendono un processo produttivo più rapido e proficuo perché aggiungono alla mano d’opera umana quel quid che non si stanca, non fa pause, non mette in discussione le direttive, non sbaglia e non deraglia.

C’è chi gongola per i progressi della tecnologia, c’è chi si mostra seriamente preoccupato e chi dichiara di avere paura della continua evoluzione dei robot e simili. Io osservo, mi documento, ascolto volentieri chi ne sa di più e cerco di farmi un’idea. Quel che mi interessa affrontare qui è quel timore strisciante di essere sostituiti dall’intelligenza artificiale come lavoratori e come individui. Da dove nasce quella paura che altro non è che timore di scomparire, di non esistere, di essere annientati?

Guardiamoci intorno: Viviamo in un sistema sociale capitalistico che per sua natura deve crescere e per assecondare le sue esigenze ci ha abituati all’identificazione tra essere e fare: (Io ho valore perché faccio, ottengo, conquisto o costruisco consumo qualcosa) e se non faccio niente – ca va sans dir – non ho valore. Di qui la difficoltà a fermarsi, ad ascoltare, a riconoscersi. Nel nostro fare dobbiamo essere rapidi, precisi, efficaci e funzionali alla direzione del sistema. Se per qualche motivo sei fermo, lento, incapace in qualcosa, non fai e dunque non sei abbastanza. Le macchine, più o meno intelligenti, sembrano infallibili e instancabili, mentre il solo fatto di essere umani prevede che ci siano limiti, errori, ombre, contraddizioni e imperfezioni.

Qui scatta la trappola: pretendiamo di funzionare come funzionano le macchine e ci identifichiamo con le nostre performance, fino ad arrivare a credere che siano proprio performance e risultati a comprovare il nostro valore. Siamo degni di esistere e di esserci se facciamo qualcosa, se siamo utili, se siamo in azione. E’ una visione prestazionale dell’essere umano che – a questo punto sì – viene visto come uno strano esemplare di macchina. Basterebbe ricordarsi che una macchina nasce per fare qualcosa, per funzionare in un certo modo e per risolvere certi problemi. Mi permetto di insinuare il dubbio che il regno della vita, dalle piante agli esseri umani non può essere capito e apprezzato fino in fondo se ci si limita a studiarne l’utilità. In altre parole, le macchine fanno, noi e la Natura esistiamo, e questo dovrebbe bastarci.

Sappiamo apprezzare semplicemente la presenza di qualcosa o di qualcuno, senza chiederci quale vantaggio possiamo trarne? Riusciamo a fermarci e semplicemente stare – con noi  e con gli altri – senza bisogno di fare qualcosa?

Se di tanto in tanto ci si lascia andare al non fare, all’immobilità, al respiro che comunque esiste, sarà più facile prendere dimestichezza con l’idea che siamo e possiamo essere anche quando non facciamo, non produciamo, non costruiamo e non consumiamo. Così in quel diventare amici con il semplice stare, respirare e sentire, possiamo anche dare spazio a noi stessi, alle nostre emozioni, ai nostri pensieri, e piano piano alle intuizioni e all’immaginazione.

Ci renderemo conto che nel non fare, in realtà fioriscono idee, sensazioni, possibilità e si crea lo spazio per un fare più creativo, più personale, più nostro, caratterizzato da un modus operandi che è irripetibile come lo siamo noi.  E badate che non sto parlando di un fare per forza utile, ma di un fare bello, che è bello semplicemente perché è frutto del nostro esserci e essere noi.

A chi sceglie di mettersi in cammino verso l’autenticità va ricordato che si tratta di un cammino faticoso, e controcorrente dal momento che non è quel che vuole il sistema in cui viviamo. Il nostro modo di stare in società non agevola né l’immobilità, né la ricerca interiore, né tanto meno la scoperta della propria autenticità. A scuola si privilegia ancora troppo l’apprendimento di contenuti a scapito della vera educazione, nel mondo del lavoro si cerca ancora troppo spesso efficienza, rapidità e obbedienza e i nostri stili relazionali non sono sempre premianti verso chi sceglie ritmi lenti, attenzione a sé, presenza profonda.

Ma se riusciamo a bilanciare giorno per giorno quel che facciamo per sopravvivere nel sistema con quel che facciamo (o non facciamo) per essere coerenti con ciò che sentiamo, è probabile che ci riconosceremo sempre più unici e sempre meno sostituibili. E andando a fondo, concedendoci spazio e tempo, potremo prendere confidenza con tutte le parti che ci animano, ombre e limiti compresi, scoprendo quel che si nasconde dietro i giudizi negativi (che diamo o ereditiamo) nei confronti delle nostre particolarità, bizzarrie, unicità, potendo trovare ed esprimere il meglio di noi.

“Siri, che giorno è oggi?”

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