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Il nostro modo di relazionarci gli uni agli altri e con noi stessi sta cambiando velocemente, anche per la disponibilità quotidiana e continua della tecnologia di messaggeria istantanea. Non servono più ore per scrivere, imbustare e spedire una lettera né servono settimane per ricevere una risposta.

Veloci le dita, veloci le parole che compaiono sullo schermo, veloci invio e ricezione. Tutto sembra davvero istantaneo e semplice e a costi davvero irrisori. Come se stare in relazione fosse un’arte semplice e spiegabile con gli algoritmi, e come se non avesse un prezzo.

Il solo fatto di definire un servizio di comunicazione “istantaneo” ci induce a pensare che così come il nostro invio è istantaneo, anche la reazione deve esserlo. Quando il feedback è rapido sembra di poter essere vicini in ogni momento e con una sola semplice coreografia del pollice opponibile, ancor meglio se possiamo contare sull’aiuto di qualche emoticon preconfezionata.

Al contrario se la risposta non arriva immediatamente possiamo sentirci tesi, sospesi, a volte ansiosi. A seconda dell’importanza della questione o della relazione stessa possono farsi spazio supposizioni, dubbi e paranoie. E’ come se l’attesa di un feedback dall’altro ci inducesse a sostituire il dialogo sospeso con un monologo mentale che – a ben guardare però – appartiene solo a noi… Almeno fino a quando non imputiamo all’altro la colpa del nostro più o meno consapevole malessere da silenzio.

Ma cosa può davvero trasparire di noi da brevi messaggi e da qualche faccina aggiuntiva? Quanto possiamo rendere visibile il nostro sentire all’altro e quanto possiamo davvero ascoltare l’altro attraverso una chat? In altri termini quanto davvero possiamo metterci in gioco in una relazione con solo uno smart phone in mano?

A questo punto mi direte che fortunatamente esistono i messaggi vocali, dove si sente il tono di voce della persona e si può capire qualcosa in più. E’ vero, ma quella voce resta un frammento di voce in una lunga giornata, dice tutto e dice niente e potrebbe illuderci ancora più subdolamente rispetto al “contatto” che stiamo cercando di stabilire. E siccome il contatto e la relazione prevedono due soggetti che interagendo ne fanno un terzo che è la relazione stessa e che è molto di più della somma delle due parti, vale la pena riflettere sul significato del mezzo che stiamo utilizzando.

Telefonare o fare una videochiamata, Mandare un messaggio scritto o inviare una clip audio non è la stessa cosa. Se scegliamo di telefonare o fare una videochiamata è perché vogliamo condividere il nostro tempo con quello dell’altro, in diretta, mentre la vita scorre. Scegliamo di dedicare quei minuti – che siano per affetto o per una qualunque transazione – ad una comunicazione sincronica che prevede botta e risposta in tempo reale, presume un contradditorio e implica che ciascuna delle due parti possa di fatto dire la sua. Se scegliamo invece di utilizzare altri mezzi non sincronici, magari per discrezione o per impossibilità logistiche, la questione cambia. Noi sentiamo il bisogno di inviare un messaggio e ci accolliamo il rischio che la risposta possa non essere immediata.

Ma cosa cambia tra i messaggi di testo e i messaggi vocali? Occorrerebbe fare chiarezza su mille sfumature ed eccezioni, ma qualche nota generale possiamo appuntarla.

Quando scriviamo siamo obbligati (o almeno invitati) a riordinare le idee e fare sintesi di esse prima di proporle all’altro. Dovremmo condensarle, riassumerle, pensarle e solo dopo inviarle, assumendoci il rischio di essere fraintesi e accettando la possibilità che l’altro non possa rispondere nell’immediato. Abbiamo la possibilità di focalizzare i pensieri, scegliere e ponderare le parole, prenderci cura di quel che stiamo per scrivere e condividere.

D’altro canto quando ci si appresta a mandare un messaggio vocale, soprattutto quando si va di fretta, si rischiadi sentirsi un po’ più liberi” di riversare sull’altro anche pensieri confusi, ipotesi, esitazioni, cambi di idea e precisazioni, magari scusandoci del nostro essere intenti a fare altro e a correre su e giù tra vari impegni. Ovvio che se stiamo guidando o camminando o abbiamo le mani impegnate il messaggio audio è più pratico e se è urgente inviarlo, allora in certi casi il tempismo è da preferire al bon ton. Al di là di tutte le motivazioni più valide, proviamo a riflettere su quale impatto ha sull’altro l’arrivo di una nostra clip audio magari registrata un po’ confusamente.

Forse che il tempo che non abbiamo noi di focalizzare un pensiero, riassumerlo, sintetizzarlo e ordinarlo è quello stesso tempo che impiegherà il nostro destinatario per fare tutto questo con un contenuto che è in ultima analisi nostro? Non sarà forse che scegliendo di rigurgitare addosso all’altro le nostre parole e i nostri intercalari rischiamo di rinunciare alla responsabilità dei nostri pensieri e delle emozioni ad essi connesse? Non sarà forse che nell’immediatezza della registrazione non ci diamo il tempo di sentire e respirare in quello che sentiamo delegandone il peso a chi ci ascolta?

Naturalmente ci sono relazioni e situazioni in cui un vocale è preferibile ad un messaggio di testo e dove un messaggio di testo è più adatto di una e-mail e più efficace di una telefonata, e non sempre esiste una risposta giusta opposta ad una sbagliata. Relazionarsi non è e non può diventare una scienza ma è e deve restare un’arte che parla di noi prima che di regole prestabilite.

Tuttavia, mentre l’IPhone trilla e il Voice Over mi avvisa delle notifiche che si accumulano sullo schermo, mi chiedo se siamo sempre consapevoli di queste differenze di significato o se al contrario non ci capita di procedere per automatismi, per forza di inerzia e per abitudine nel nostro comunicare.

La verità è che – si tratti di testo o di vocali – l’istantaneità della comunicazione odierna e la facilità con cui riusciamo a diramare un messaggio può farci dimenticare che non esistiamo solo noi, ma anche gli altri e che il nostro mondo si interseca costantemente con quello altrui e con leggi universali che non possiamo controllare o invertire ma solo comprendere.

Quella facilità e i costi irrisori con cui possiamo condividere notizie, opinioni, pensieri, emozioni e sentimenti ci illudono che la relazione sia qualcosa di semplice e banale, qualcosa da dare per scontato o per cui basta coordinare il pollice opponibile. Quella stessa facilità ci confonde sul significato della presenza. Quante volte siamo tentati di pensare che inviare un messaggio sia uguale a fare una telefonata o invitare qualcuno a prendere un caffè insieme?

In questa corsa continua tra messaggi, audio, emoticon, call e chat, cosa stiamo comunicando?

Comunicare è una parola importante e profonda, che rimanda alla condivisione della cerimonia eucaristica nel Cristianesimo e ancor prima alla sfera della partecipazione pubblica nell’Antica Grecia. Comunicare riporta alla scelta di mettere in comune, alla bi-direzionalità del dare e del ricevere. Comunicare vuole dire aprire la porta all’altro e fare in modo che si stabilisca un dialogo. Ma siamo sicuri di poter dialogare efficacemente se siamo di corsa, se non ci diamo il tempo di ascoltare quello che ci accade dentro e quello che accade dentro l’altro?

Cosa accadrebbe se invece di rincorrere l’ultimo messaggio ci dessimo lo spazio per fare silenzio e ci prendessimo il tempo di far “depositare” la valanga di messaggi che ci arriva prima di rispondere?

Come sempre non ho la risposta. Guardo intorno e mi faccio domande. E spero che proprio quelle domande inneschino un dialogo, fatto anche di pause e silenzi, sia esso un dialogo interiore o con chi scrive, legge, parla o tace.

5 Comments

  1. Avatar Nadia Luppi

    Leonardo M.

    E’ piuttosto buffo commentare i contenuti di questo post con una comunicazione scritta asincrona che, per sua natura, non prevederebbe nemmeno ulteriore risposta da parte tua. Detto ciò, condivido appieno quanto scritto. Porrei, in particolare, l’attenzione sulla (solita e sempre fondamentale) consapevolezza. Coltivare e avere in mente, per ogni comunicazione, gli obiettivi della stessa, tenendo conto delle esigenze sia nostre, sia dell’altra persona, sia della relazione stessa, è centrale, ma richiede uno sforzo che, forse, non siamo sempre abituati a fare o volenterosi di allenare, se non, addirittura, in certi casi non abbiamo gli strumenti per capire. Sottoscrivo, comunque, la serie finale di domande alle quali risposta definitiva non c’è o, perlomeno, nemmeno io ho.

    • Avatar Nadia Luppi

      Nadia Luppi

      Grazie Leonardo M. Credo che nell’ambito dell’essere o diventare consapevoli, rientri anche la possibilità di voler riservare lo sforzo non a tutto ma a ciò che sentiamo importante e prioritario, soprattutto in quei momenti in cui la vita ci sfida. Ovviamente non si tratta di giustificare la superficialità e la mediocrità. Piuttosto essere consapevoli significa cercare di dare il proprio meglio e sapere che il proprio meglio muta di continuo. Di qui nasce la responsabilità di fare, di non fare e di fare a metà.

  2. Avatar Nadia Luppi

    Alberto

    Beh… Io non vedo nulla, neanche i lampi quando tuona, dall’età di 7 anni compiuti (credo fosse il 1992). Ora ho compiuti da poco 39 anni. Tutto ciò che viene riportato sia nel post che nel commento è, secondo, e da, me, altamente condivisibile, in termini concettuali correttamente intesi, ma, magari, non salta di frequente in mente che, spesso, per una persona come me scrivere un messaggio può essere molto assimilabile a scrivere su carta (quindi, una lettera, un bigliettone, una pagina). Per esempio, io imparai a scrivere con il computer nel 1994, a 10 anni compiuti, acquisendolo come sostituto delle macchine da scrivere su carta e delle tavolette per forare la carta, entrambe con la scrittura braille. Questa osservazione non vuole essere una critica al concetto compreso correttamente, vuole solo far notare che alcune cose non si sanno. Nadia credo lo sappia (a lei lo dissi, in passato), ma molte altre persone non pensano, come invece è, che io, per scrivere con il cellulare, uso la scrittura braille, scrittura che imparai al posto di quella in nero fin dalla prima elementare. Forse, tra le tante cose, non è lo stesso mandare messaggi istantanei o, come spesso e volentieri faccio personalmente, scrivere un messaggio di Whatsapp sulle note del telefono, impiegare decine di minuti per capire quali e come dire le cose, e poi, dopo, condividere la nota su Whatsapp. E, a conferma di ciò, richiamo il passo correttamente riportato nel post nel quale si osserva che nessuna modalità è sempre uguale per tutti, o quella corretta per antonomasia, o quella scientificamente parlando adeguata.
    Grazie comunque per il punto di vista! Credo sia anche questione di possibilità e di preferenze individuali… 🙂 !

    • Avatar Nadia Luppi

      Nadia Luppi

      Caro Alberto grazie per la tua testimonianza. Hai giustamente sottolineato come le ragioni di una scelta possano essere diverse per ciascuno di noi. Tu scrivi in Braille e questo ti comporta lo sforzo di “preparare” prima il contenuto. Similmente e diversamente noi che di solito scriviamo con lo smart phone attraverso la dettatura vocale, elaboriamo il testo in maniera più simile al parlato e siamo chiamati forse a formulare con ordine il pensiero prima di dettarlo.
      Questo per dire che – come hai ben colto – la questione centrale resta l’attenzione che dedichiamo al gesto comunicativo, al feedback tra noi e il nostro interlocutore, all’opportunità della condivisione sia in termini di mezzi sia di contenuti.
      Che ne pensi?

      • Avatar Nadia Luppi

        Alberto

        Scusami, gentile Nadia, se non fossi riuscito (benchè io abbia tentato) a segnare questo commento per quello che è, ovvero una risposta.
        Sì! Il nodo che conta sta nel feedback tra due persone!
        Nonostante questo, a volte, con alcune persone, la situazione richiede di comunicare anche senza un feedback esplicito. Però, di fatto, sono concorde con te che questa necessità non debba prendere il sopravvento! Può capitare, ma ritengo giusto quello che tu affermi, e cioè che il feedback sia importante!
        Comunque, per esempio, tornando al tema delle modalità, fin dal 2013 io leggo utilizzando la sintesi vocale e non più il braille. Questo perchè, prima di quell’anno, spesso mi ritrovavo a dover lèggere ad alta voce, per capìre davvero ciò che stavo leggendo sulla riga braille del mio display braille e, quindi, ho iniziato a lasciare che legga il device. Mi sono adattato abbastanza, nel corso degli anni ma, personalmente, mi ricordo dell’atmosfera inebriante, quasi un’ebrezza, delle parole lette solo in braille con le dita, di un libro, di uno scritto in versi, di qualsiasi cosa. Invece, la lettura tramite il mio buon Rocko con livello del tono a 0 sull’iPhone e a 32 su NVDA, permette una comprensione più immediata, più concatenata concettualmente tra un passaggio concettuale e l’altro, ma un po’ meno inebriante a livello emotivo e psichico.
        Chi sa quale feedback avrebbero alcuni scritti, se impiegassi ancora tempo per lèggere con le dita!
        Il mio ostacolo fu soprattutto la dispersività, a livello di comprensione, qualora, leggendo io in braille, non ripetessi vocalmente ciò che leggevo (come lettura ad alta voce dal braille sono veloce quasi quanto una persona visivamente non disabile). Però, alcuni scritti, quanto furono belli e da me goduti! 🙂 !
        Ogni tanto, il modo con cui si affronta la parola scritta, può influire!

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